Stasera, uscita dal cementico cubo malamente rimpinzato di fogliacci che chiamano università, mi sono trovata in quello stato di sottile disagio viscido in cui i crepuscoli mi gettano. È corretto dire che mi ci gettino, perché infatti mi ci trovo invariabilmente immersa, in quel gelatinoso freddume, senza volerlo né percepirlo finché non è ormai tale. I crepuscoli, stati digestivi, e quindi vagamente corrosivi e nauseabondi, del tempo non mi si confanno. Non ancora, per lo meno. Forse mi verran più cari quando sarò una vegliarda e della fatal quiete mi saran l’imago. Dicevo insomma che quest’oggi il crepuscolo m’ha sorpresa all’uscita dall’università (che è a sua volta molto simile ad uno stato di ruminazione continua, pacata e stolida) e ha avuto l’accortezza di celare il suo squallore sotto un velo d’acquerugiola colpevole che ha notevolmente deviato il mio odio. (Dire: “stasera quando sono uscita dall’università, cominciava a far buio, e pioveva” non sarebbe moralmente corretto, da parte mia: sarebbe anzi una contraddizione. La situazione era tale da insolentirmi al punto di risvegliare in me la giusta dose di magniloquenza indispensabilmente inutile che da sola la illustra).
Comunque, me ne stavo là ad interrogare con sguardo miope e velato le frastagliate lucette che avrebbero dovuto indicare la presenza di automezzi sperando di scorgerne alcune più vive, e più alte, che indicassero un salvifico bus; invano. Mi sono incamminata, e dall’umida patina è sorta una visione. Un luna park. Il luna park, entità paranormale ed incubiforme dall’inquietante simbologia puberale, è a mio avviso tollerabilmente molesta estivamente: un po’ come le zanzare, l’ozono, fa parte del gioco, lo si sopporta, ci provvede di argomenti lamentizi e con l’inverno scompare (o a dire il vero, va a molestare altri). Devo confessare che in un contesto così evidentemente invernale la presenza di quel luna park mi è sembrata quantomeno deplorevole, se non insultuosa. Qualche giorno fa, passandoci in un pomeriggio assolato, che ammiccava alla primavera, l’ho osservato un po’ scettica, bonariamente, credendolo una smargiassata infantile del bel tempo. Mi sembrava un grumo nostalgico di profumi d’infanzia e cocci barbaglianti di pensieri appena accennati. Mi stava quasi simpatico. A ripensarci, rivedendolo così, grondante e bigio, mi fa l’impressione di un povero botolo deforme, che s’accucci nel cortile sotto la pioggia. Fattostà che sul momento mi ha piombata in glauchi pensieri rivoltosi. Una grossa giostra tentacolata muoveva solo un’appendice metallica, fiaccamente, a scatti, come un ragno morente. Lasciandola alle mie spalle ho attraversato la strada e mi sono riparata sotto alla pensilina dei bus. Questa città è primariamente ventosa*, il che comporta che tale pensilina sia in forma di ferro di cavallo, affinché ci si possa proteggere, alla bell’e meglio, dagli elementi. Stasera era comparsa, al centro di essa, una sedia. Una comune sedia da giardino, di plastica verde, un po’ dozzinale. I convenuti, alla vista di questa insolita comodità, evidentemente imbarazzati, si premuravano bene di non averci nulla a che fare, e nonostante le panchine fossero completamente occupate, e un paio di vecchiarde dessero evidenti segni di mummificazione, nessuno osò profanare l’insolito oggetto. Insomma: non un dannatissimo aspettatore di bus ha osato avvicinarsi a quella sedia, né dare mostra di interrogarsi sulla sua posizione precipua nell’universo mondo. Sua propria o della sedia, niente. Mi domando quale sia il senso comune dell’opportunità che riveste di tanto e tale orrore una sedia da giardino che venga a trovarsi, suo malgrado, fuori contesto e riempia di pudore reverenziale le stesse persone che non sembrano essere minimamente disturbate dall’evidente deformità etica di un luna park invernale. (Mi sembra che la buona volontà di un sedile giardinesco che desideri dare un’occhiata alle vetrine sia patentemente più comprensibile, e lodevole, dell’esuberante sfacciataggine di un affastellato cumulo pseudoludico che si svisceri invernalmente.) Certo, potrei ingannarmi sull’una come sull’altra reazione, nonché essere eccessivamente sconvolta da fatti tutt’affatto rilevanti. Eppure, in certa misura, mi compiaccio di questa mia paranoia.
d¨.
Ricorderete anche voi che un tempo, quando ancora potevamo essere considerati imberbi prototipi di umani, in quella che amiamo chiamare malinconicamente “la nostra infanzia” e che ci appare ora come un tempo favolosamente diverso dalla realtà che ci circonda, quando ci si prodigava in ricevimenti e festicciole di natura molto pomeridiana e innocente potevamo dirci fortunati fruitori dei classici salatini e delle intramontabili patatine fritte. Se oggi però dovessimo esser chiamati ad allestire una di queste imbandigioni saremmo certamente considerati retrogradi, e fuori moda, se pensassimo di accontentarci di cose così banali come le arachidi salate e le chips. Già, perché ora, come ho casualmente appreso deambulando tra gli invitanti scaffali di una locale coop, s’usano ben altri sollazzi per la gola. I pezzettini di bretzel aromatizzati al miele-senape-cipolla rappresentano infatti lo stuzzichino più indicato per far colpo: leggero e discreto si presta al fugace usufrutto di delicati palati che vogliano poi essere ancora deliziati da un lauto pasto, o desiderino mantenere quella freschezza che è indispensabile a coloro che considerano il bacio una delle massime espressioni d’affetto e piacere. In altre parole, non fate mai mancare in casa vostra questo simpatico manicaretto dalle proprietà digestive e rinfrescanti, e le vostre feste saranno sempre un successo.